Mi sono diplomata Attrice alla Scuola di Teatro diretta da Giorgio Strehler nel 1990.

Facendo parte del primo corso della Scuola e progetto pilota della Comunità Europea, ho avuto il privilegio di ricevere una formazione internazionale con insegnanti di ottimo livello e di far parte degli spettacoli di Strehler come tirocinante o allieva-attrice durante tutto il triennio.
Il primo spettacolo dopo la scuola fu “Le Baruffe Chiozzotte” in cui Strehler mi affidò il ruolo di Checchina e fu per questa interpretazione che vinsi il mio primo premio: “Milano 90” premio della critica come miglior attrice emergente. Era il 1992.
Nel 1997 Strehler preparò un’ultima edizione del suo spettacolo storico “Arlecchino, Servitore di due padroni” insieme ad un gruppo scelto di suoi allievi. Ebbi il ruolo di Clarice. Lo spettacolo voleva segnare il debutto di quella che sarebbe stata la compagnia dei Giovani del Piccolo in occasione del 50° Anniversario del Piccolo Teatro. Putroppo Strehler morì pochi mesi dopo il debutto.

Girammo in tournèe tutto il mondo con Arlecchino, diventato il simbolo di un ‘epoca e di un modo di fare teatro. Lo spettacolo gira ancora adesso riscuotendo sempre un enorme successo. Io però lo lasciai, spinta dal desiderio di crescita che il mio maestro ha saputo così bene instillare in me e dall’esigenza di continuare a pormi nuovi obbiettivi. Iniziò così un periodo di ricerca e di avventura che avrebbe inesorabilmente segnato la mia strada.
Conobbi Valeria Moriconi nel 1998 quando, dopo la morte di Strehler ,decisi di andare via dal Piccolo per fuggire dal dolore (ahimè invano…). Andai a Roma a recitare il ruolo di Nina nel Gabbiano di Maurizio Scaparro con Moriconi e Pani.

L’amicizia fu immediata. Uno dei ricordi più belli è sulla via principale di Iesi. Io e Valeria siamo sedute su una panchina a fare la cosa che ci piaceva di più: lo “shopping”, come lo chiamavamo… era uno shopping molto particolare il nostro: “rubavamo” i caratteri osservati per strada. Vedevamo passare una vecchina o un signore e Valeria diceva “guarda come muove la mano.. guarda lo sguardo… hai visto come sposta la testa… quello.. io voglio fare quello lì…” e due minuti dopo passava un altro essere umano pieno di significati e di storia nel suo modo di muoversi e io e Valeria ci contendevamo la sua interpretazione, studiando ogni suo più piccolo movimento. In quel modo ci sembrava che fosse possibile prenderlo, “metterlo nel carrello” e portarcelo a casa…
Valeria amava profondamente gli Uomini e la Vita, con la passione e l’ingenuità di un bambino, con la poesia e lo struggimento di un cuore che batte insieme a quello del pubblico, perché Valeria era questo: pura autenticità su un palcoscenico.
L’incontro con Massimo Castri mise il primo paletto sul sentiero che sto percorrendo oggi.
Nel 2001 Massimo mi scelse per interpretare il ruolo della protagonista nello spettacolo Madame De Sade di Mishima. Fu un tormento e una rivelazione al tempo stesso. Fu proprio nella preparazione di quello spettacolo che cominciai a rendermi conto delle mie lacune e dei miei difetti. Massimo, senza troppi preamboli e con la ruvida sincerità che è uno dei suoi più grandi pregi mi disse che affidavo i risultati al mio talento e che, non avendo disciplina e non applicando la tecnica nel modo giusto, il talento non sarebbe stato sufficiente a farmi crescere.

Era vero, dolorosamente vero!

Da lì a poco, Il Piccolo Teatro veniva invitato dal Unione dei teatri d’Europa (UTE) a mandare a Mosca un attore in rappresentanza del teatro per un convegno organizzato da Anatolj Vassiliev. Mandarono me.
Fu un’esperienza straordinaria. Forse l’aver conosciuto un maestro, rende capaci di riconoscere le caratteristiche della genialità, o forse si è trattato solo di destino, fatto sta che mi accorsi subito di avere di fronte un altro maestro. Quella settimana trascorsa a Mosca determinò tutte le mie scelte future.
A Mosca mi raccontarono che un attore che ha perso il proprio maestro è privilegiato perché si porta dietro una ferita che non si rimarginerà mai e che lo obbligherà sempre alla ricerca. Forse in questo sta la mia fortuna.
Pochi mesi dopo chiesi a Vassiliev di poter andare alla sua Scuola a seguire il suo lavoro. Mi invitò in occasione della messa in scena di “Eugenio Onegin” tratto da Puskin e Tchaikovsky, un lavoro creato con attori e cantanti insieme. Trascorsi a Mosca un mese. Quello fu il primo di una serie di visite in Russia dal 2001 al 2004.

Vassiliev mi ha aperto la mente. Ha messo alla prova ogni mia certezza, radicato, spero abbastanza in profondità, il senso etico del teatro , mostrato la straordinaria potenza della disciplina e dato gli strumenti per creare un metodo di lavoro.
Quando ci fu la possibilità di riprendere Arlecchino ed io ero indecisa sul da farsi, Vassiliev mi disse solo una cosa: “Quando perdo un attore, perdo uno spettacolo.” Quella frase mi fece prendere una decisione: tornai ad interpretare Clarice, per onorare un percorso e il mio maestro. Era il 2002. Dopo quell’occasione, Interpretai ancora una volta Clarice nel 2007, in occasione del 60° del Teatro.
La mia esperienza teatrale è sempre stata accompagnata da momenti significativi di scoperta nella vita.
Non posso distinguere il percorso di un attore dal percorso della vita perché , secondo me, l’attore non fa un mestiere, intraprende una missione.
C’è un luogo che io considero la “mia Terra”, questo luogo ha visto tutte le stagioni del mio percorso, nutrito, stimolato, protetto e accudito la mia forza, la mia caparbietà ma anche la mia fragilità e la mia insofferenza.

E’ la Scozia.

Non so se posso spiegarvi a parole perché amo la Scozia così tanto. Dovete venire a vedere questa terra per capire, forse.
I suoi spazi infiniti,le spiagge che sembrano il palmo di una mano gigantesca dove è concesso camminare e sentirsi vulnerabili, l’aurora boreale, il sole di taglio che sembra appeso ai rami nei pomeriggi d’inverno…

La Scozia è tutto questo… e che privilegio, alla fine delle prove, camminare nel bosco per tornare a casa sotto la luna….
L’ultimo incontro di cui vi parlo, e anche quello che ha creato la sintesi di tutti gli altri, è stato con la Findhorn Foundation, un centro e una comunità che si trovano nel nord della Scozia. Non si tratta di una comunità religiosa e non ha scopi terapeutici. E’ nata come luogo di sperimentazione dove l’uomo potesse conoscersi in un ambiente protetto e potesse creare in armonia con gli elementi naturali e con l’universo.
Si tengono corsi e seminari dai contenuti più diversi dal Thai Chi, alla risoluzione dei conflitti, dalla coltivazione biologica alle danze etniche, ma la cosa più importante è l’attenzione all’individuo e alla condivisione. Si lavora insieme e insieme si impara.
Quello che non ho imparato alla scuola di teatro, l’ho imparato qui. La prima volta nel 1993. Da allora frequento regolarmente la Fondazione e sono Resource Person (riferimento e contatto all’estero) per Milano e il nord Italia.

Ho lavorato spesso nelle cucine come volontaria. Quante pentole ho lavato… e appena posso, vado ancora a lavare le pentole, e a ricordarmi che lo scopo che mi prefiggo, la meta che mi pongo come obbiettivo, è solo una parte del gioco… la parte più divertente sta nel modo in cui si affronta la partita. E io cerco di affrontarla con entusiasmo e con gratitudine, perchè ho tantissimo di cui essere grata.